Il contributo all'antifascismo di Scurati. Ecco perché "M, il figlio del secolo" non è solo utile, ma necessario nell'Italia di oggi

July 27, 2019

Una scelta coraggiosa, quella di Antonio Scurati, che sceglie di raccontare con una formula letteraria per certi versi originale gli anni della Storia d’Italia dal 1919 al 1925. Quelli della nascita, dell’ascesa e poi dell’avvento al potere del fascismo. Lo fa con un romanzo storico, un romanzo nel quale fatti e personaggi non sono lasciati all’immaginazione dell’autore. Insomma, rispettando “il vero per soggetto”, avrebbe detto Manzoni, e accompagnando tutto questo con una prosa ed un tono romanzesco che rendono di lettura agevole un’opera assai consistente. M, il figlio del secolo, appunto.

 

M è Mussolini, Benito Mussolini, il capo del fascismo e l’uomo più potente d’Italia per un ventennio. Ma sbaglieremmo a pensare ad un libro biografico. La vicenda umana e politica di Mussolini si intreccia con la storia d’Italia. Il racconto preciso, minuzioso di quegli anni rende evidente lo scenario storico, politico, sociale, nel quale l’avvento del fascismo si rese possibile: la dissoluzione dello Stato liberale e di una classe dirigente ottocentesca inadeguata e incapace di relazionarsi con l’avvento delle “masse” sulla scena politica, se non in termini paternalistici e notabilari; un movimento socialista forte, insediato tra contadini e braccianti, nelle fabbriche tra gli operai, che contava su un numero impressionante di amministrazioni comunali, sul radicamento nel mondo cooperativo,  ma assai diviso ed incerto sulla prospettiva politica da attuare, tra riformisti e massimalisti, e poi nel rapporto con la vicenda della rivoluzione russa e con l’Internazionale comunista.

 

Nodi che poi daranno vita alla scissione di Livorno del 1921 e alla nascita del Partito Comunista. Scurati dedica molta attenzione al racconto di quel mondo, anche con la descrizione dei personaggi che ne furono emblema: da Nicola Bombacci, leader socialista  massimalista definito il “Cristo degli operai” o “Il Lenin di Romagna”, che dopo l'adesione al Partito Comunista fu espulso dallo stesso a causa dell'avvicinamento al fascismo, ad Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci, a Treves e Turati e tanti altri.

E poi, naturalmente, Giacomo Matteotti, al quale sono dedicate pagine, documenti, riflessioni. Qualche lettore potrebbe addirittura ritrovare la ricerca, non dichiarata, ma sostanziale, dell’antagonista di Mussolini, nel racconto di quegli anni, di quel tempo. Giacomo Matteotti così descritto da Scurati: "…nipote di Matteo, commerciante in ferro e rame, figlio di Girolamo, grande proprietario terriero sospettato di prestare denaro a usura- e' il traditore della sua gente. I suoi nemici lo accusano di essere il possidente passato con i proletari, l'agrario che ha rinnegato la sua classe, il "socialista impellicciato", il figlio dello strozzino che si atteggia a moralista. Suo padre lo accusa di aver disertato il campo assegnatogli dal destino.

Ma chi e' la sua gente? Lui ha scelto. La sua gente non sono suo padre e suo nonno, sono quei contadini squallidi, questi bambini lividi per il freddo, queste madri di vent' anni che ne dimostrano quaranta".

Una figura, quella di Matteotti, di cui non viene retoricamente narrata la grandezza, come pure sarebbe semplice fare, ma raccontata attraverso la sua vita, le sue parole, le sue azioni, e la sua morte, che rappresentano il finale sostanziale del libro.

 

E poi  M, il figlio del Secolo, il capo del fascismo, descritto nei suoi umori, nelle sue pulsioni, nella scaltra e spregiudicata disinvoltura ideologica con la quale adattò un fascismo che notoriamente nacque come anticlericale, antimonarchico e antiborghese a diventare strumento della reazione degli agrari e della grande borghesia contro la minaccia socialista, e a convivere con la Monarchia italiana.

Si osserva chiaramente il progressivo affermarsi di una violenza brutale volta innanzitutto a colpire uomini, luoghi, simboli dell’insediamento socialista in Italia: dalle Camere del Lavoro, alle redazioni de “L’Avanti”, ai circoli operai: incendi, distruzioni, bastonature, omidici.

Di fatto, si osserva come lo Stato liberale italiano, negli anni precedenti l’avvento del fascismo, avesse “appaltato” agli squadristi la repressione del movimento operaio. Mussolini prende atto  della debolezza e dell’inconsistenza dello Stato Italiano. In una riunione convocata per pianificare la marcia su Roma così riflette: “Se in Italia ci fosse un vero governo, le guardie regie dovrebbero entrare da quella porta in questo preciso momento, sciogliere la riunione, occupare la loro sede e arrestarli tutti. Non è concepibile un’organizzazione armata con tanto di quadri e di regolamento in uno Stato che ha il suo esercito e la sua polizia. Soltanto che in Italia lo Stato non c’è. E’ inutile, al potere devono andare per forza i fascisti….”.

 

Insomma, quello di Scurati è anche il racconto delle precise condizioni storiche e delle responsabilità che consentirono l’affermarsi della dittatura fascista. Un racconto nel quale tutti i protagonisti di quegli anni sono descritti con accuratezza, compresi, ovviamente i principali esponenti del fascismo, da Bottai, a De Bono, a Farinacci, a Balbo, ad Arpinati.

E quel Gabriele D’Annunzio, la cui figura venne da tanti considerata una sorta di “mito ispiratore” dell’ideologia fascista, ma poi  nei fatti relegato a personaggio da operetta messo ai margini e mai davvero influente rispetto alle scelte politiche. Il romanzo si chiude con il gennaio del 1925, quando Mussolini in Parlamento si assume la responsabilità “politica, morale, storica” del delitto Matteotti, e le opposizioni persero probabilmente l’ultima occasione per arginare quella deriva così drammatica per la Storia d’Italia.

 

“Il mio contributo all’antifascismo”, così ha definito la sua opera, peraltro vincitrice del Premio Strega, Antonio Scurati. E immediatamente viene da pensare a questa Italia, a questo tempo, alle (enormi) differenze, ma anche ad alcune inquietanti analogie. La sottomissione all’uomo forte che si accoppia al desiderio di dominio sugli inermi, la genuflessione di tanti al nuovo padrone purchè “venga dato anche a loro qualcuno da calpestare”. Sono tratti di quella Italia che tributò consenso a Mussolini e che vediamo ritornare, nell’assenso  ai “discorsi d’odio”, nella ricerca del capro espiatorio, nel lento scivolamento verso l’idea che la democrazia sia un orpello inutile e desueto.

Anche per questo è utile, anzi, è necessario, rileggere quegli anni, e quella Italia.

E Scurati ce ne dà una straordinaria occasione.

 

 

 

 

Share on Facebook
Share on Twitter
Please reload

Post in evidenza

Chiacchiere e tabbacchere 'e ligno, 'o bbanco 'e Napule nun s'impegna

September 14, 2019

1/10
Please reload

Post recenti
Please reload

Archivio
Please reload

Cerca per tag

I'm busy working on my blog posts. Watch this space!

Please reload