Nessun eroe, nessun leader, solo la voglia di restare umani

August 3, 2019

Il decreto sicurezza, bis nei giorni scorsi, è arrivato in aula della Camera dei deputati, dopo le modifiche della Commissione affari costituzionali, con l’approvazione di 322 deputati  favorevoli e 90 contrari. Parallelamente si è consumata l’ennesima strage di migranti: è così che si definisce un accaduto che si perpetua nell’indifferenza quasi generale e che fagocita odio, nutrendosi di opportunismi politici. I numeri sono chiari, tuonano davanti a una Europa e a un’Italia incapaci di dare risposte reali di fronte ad un bilancio ancora provvisorio di almeno 70 morti e oltre 100 dispersi, 150 persone riportate in Libia, dove ogni giorno si ripetono violazioni dei diritti umani.

 

Insomma, quella che si è consumata il 25 Luglio nel Mediterraneo centrale sembra essere la peggiore tragedia di quest’anno ed è proprio in quelle stesse ore che il ministro dell’interno Matteo Salvini negava l’accesso a un porto italiano anche a una nave della Guardia Costiera italiana: la nave Gregoretti con a bordo 140 migranti. Tutti questi numeri danno l’idea di una tragedia, di un conflitto costante tra due pezzi di Italia che in queste vicende non sa mostrarsi unita, spezzata piuttosto fra la solidarietà e odio, tra senso di insicurezza e paura e lotta per l’accoglienza.

 

Proprio in queste vicende non ha senso operare una divisione tra buoni e cattivi, ma è necessaria piuttosto una riflessione attenta su ciò che siamo di fronte a quei fatti che una volta accaduti entrano a far parte della nostra identità, quelli con cui il Paese si trova prima o poi a fare i conti. La vicenda Sea Watch, caso mediatico mondiale, ci ha mostrato un’Italia spaccata nel confine tra legge naturale e legge dello stato, giusta ed ingiusta: da un lato c’è il decreto che prevede che il ministro dell’Interno, e non più quindi quello delle Infrastrutture, "può limitare o vietare l’ingresso il transito o la sosta di navi nel mare territoriale", insieme a una sanzione dai  150mila euro  fino a un milione di euro per il comandante della nave "in caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane",  col sequestro della nave e “arresto in flagranza per il comandante che compie il delitto di resistenza”, dall’altro c’è l’indignazione di fronte ad immagini che mostrano i migranti in un mare ardente, uno accanto all’altro per giorni e giorni, spesso strumenti dei consensi politici, capri espiatori del senso di insicurezza di un Paese talvolta alla deriva.

 

In questa doppia faccia dell’Italia la comandante Carola Rakete probabilmente non avrebbe voluto essere né l’eroina, né la nemica di nessuno perché chi vive quelle realtà, chi ascolta storie e testimonianze e vede la disperazione di chi cerca aiuto o speranza fuggendo quasi sempre da qualcosa e qualcuno, sa che aiutare è una scelta ma anche una strada obbligata, dovuta dalla necessità più profonda, dal desiderio viscerale di solidarietà umana.

E’ per questo che Carola Rackete ormai è nell’immaginario comune l’incarnazione di Antigone, eroina della tragedia greca, che per seppellire il fratello viola il divieto del tiranno di Tebe, Creonte, e di fronte alle accuse mossele invoca le leggi naturali, “divine”, quelle eterne che nessuno può mettere in discussione, in un intramontabile conflitto tra pietas e auctoritas, cioè tra leggi dell’umanità e leggi del potere. C’è però una sostanziale differenza fra Antigone e Carola, forse, la capitana che ha alle spalle molti anni di studio e dedizione al suo mestiere, non ha agito semplicemente obbedendo alle leggi umane, al senso di solidarietà: a suo sostegno c’è il diritto,  ci sono prima di tutto i diritti inviolabili della persona e tutta una serie di fonti che smentiscono chi delegittima il suo gesto.

 

Basta, infatti, una lettura attenta dell'ordinanza del gip Alessandra Vella, che ha di fatto restituito la libertà a Carola per capire come il diritto internazionale, la Costituzione, unica indiscussa garante di democrazia, possano smontare le argomentazioni ipocrite degli esperti dell'ultimo minuto. Nel caso di specie, infatti, non sussistevano i reati contestati alla comandante prima di tutto alla luce della Costituzione che all' articolo 10 statuisce che l'ordinamento interno si conforma alle norme di diritto internazionale, tra le quali ci sono anche gli accordi internazionali che assumono un carattere di sovraordinazione, come affermato dall'articolo 117; insieme alla costituzione altre fonti del diritto: le convenzioni internazionali, il diritto consuetudinario e i principi generali di diritto riconosciuti dalle Nazioni Unite. La convenzione di Montago Bay, che impone al comandante di prestare assistenza a chiunque si trovi in pericolo, insieme alle  SOLAS e  SAR in base alle quali le unità navali anche di diversa bandiera possono iniziare il soccorso allorquando lo richieda” l'imminenza del pericolo per le vite umane”, il codice della navigazione che sanziona penalmente chiunque “omette di prestare assistenza” ed infine gli articoli 18 e 19 della convenzione di Montago Bay, dove è sancito che la libertà degli stati di regolare i flussi di ingresso  trova  dei limiti nel diritto consuetudinario e nel diritto internazionale, che lo stato stesso si impone: il soccorso in mare deve avvenire nel porto più sicuro.  

 

Neanche di fronte alla costituzione si è attenuato l’odio di tanti, neanche di fronte alla nostra Carta che è il trionfo della libertà, della resistenza, dell’antifascismo, dei diritti inviolabili si è provato a legittimare e a dare un senso al gesto di Carola e a chi ha agito insieme a lei. Al contrario, tra i tanti che sulla scena dell’arresto della capitana hanno festeggiato, esultato, “maledetto” la capitana augurandole le peggiori sciagure, insomma in quel ritratto di un’Italia disumana e scivolata nel senso più assoluto di insicurezza e di paura del diverso vi era anche chi sosteneva che molte di queste persone che scelgono di affrontare viaggi infiniti e spesso pericolosi non fuggono da conflitti, accusando una parte di Italia di ipocrisia, di aver inventato conflitti, guerre civili che non esistono più. 

Lo stesso ministro Salvini che spesso parla ai suoi elettori postando foto e video , parlava di una assenza assoluta di conflitti e guerre civili in quei paesi da cui gli immigrati della Sea Watch provenivano e addirittura affermando che ci fossero altri porti in cui far sbarcare i migranti: eppure i dati reali dicono altro, dicono che i porti sicuri più vicini al punto in cui la Sea Watch 3 ha soccorso i migranti erano quelli della Tunisia, di Malta e dell’Italia. Quelli della Libia non possono essere considerati tali: le Nazioni Unite e altri organismi internazionali hanno accertato più volte una violazione sistematica dei diritti umani sul suolo libico.

 

I dati dicono che  in Tunisia manca una legislazione completa sul diritto d’asilo, motivo per cui “l’accesso alla procedura di protezione in Tunisia è limitato e privo di sufficienti garanzie di tutela legale e appello” e che Malta non ha ancora ratificato gli emendamenti alle convenzioni sulla ricerca e il salvataggio marittimo, Sar e Solas, adottati nel 2014. E dicono anche che quei paesi da cui i migranti scappavano non sono affatto esenti da guerre; al contrario esse imperversano da decenni riducendo quelle popolazioni alla quasi totale povertà, ci sono svariati esempi che confutano le dietrologie di molti: la Nigeria dove l’insurrezione di Boko Aram dura da sette anni con due milioni e mezzo di sfollati che non godono della tutela più basilare dei diritti umani, c’è la Guinea, con un alto tasso di povertà in varie zone del paese, la Costa d’avorio spaccata in due da una guerra, il Mali colpito dal conflitto jihadista, l’Eritrea dove attivisti, dissidenti e giornalisti sono incarcerati senza un giusto processo e così di seguito Gambia, Senegal, Marocco, senza dimenticare le responsabilità di Europa e Occidente legate al  processo di neo colonizzazione avvenuta dopo la seconda guerra mondiale. 

 

Insomma la Sea watch e la vicenda legata alla capitana mostrano un’Italia spaccata dall’ipocrisia, che si divide anche sulla foto di un padre che muore in America con il figlio legato alle spalle  per attraversare un confine ed è stucchevole che di fronte alla vicenda di Carola e della Sea watch i rappresentanti istituzionali che ogni ora ripetevano la parola Dublino fossero proprio coloro che avevano dimostrato profonda indifferenza se non addirittura contrarietà alla riforma del regolamento di Dublino. Ciò che è certo è che i migranti, compresi quelli della Sea watch avevano ed hanno un volto , un nome e delle storie spesso terribili , colpisce  questo scivolamento verso un odio capace di trasformare tutto in guerra , una forma di guerra civile con tutta la sua tragicità e con la orribile capacità di annullare qualsiasi ragionamento politico, pensando a come annientare il nemico. Il caso Sea Watch forse è solo l’ultimo, o meglio quello più potente a livello mediatico, in cui le persone sono utilizzate strumentalmente per trattative politiche.


E proprio in tutta questa vicenda Salvini potrà anche accusare la magistratura di essere politicizzata, per distogliere l' attenzione dalla realtà, ma in fondo tutto quello che è accaduto con Carola, nella sua evoluzione dall’arresto alla liberazione non rappresenta nient' altro che il trionfo del diritto nel suo senso più vero, che ha delle fondamenta solide nei diritti inviolabili: dunque nessun eroe, nessun leader, solo la voglia di restare umani. 

 

 

 

 

 

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