Antonio Iglesias: non solo la storia di un'integrazione riuscita, ma quella di chi scommette, e vince, sulla città di Avellino.

August 6, 2019

Il primo appuntamento con la rubrica "persone" ci porta da Antonio Iglesias, un ristoratore di origini peruviane che ad Avellino vive e lavora. Per molti di noi cenare burritos e tapas da lui è oramai un appuntamento fisso, come lo è, ogni estate, il pezzente a Montefredane. Ed è per questo che ci è sembrato valesse la pena raccontare la sua storia, perché insieme alla sua raccontiamo la nostra, le abitudini che frequentiamo, le nostre andate e i nostri ritorni, insieme a quelli degli altri, il nostro sistema di relazioni sociali, precario e mutevole, e però sinceramente radicato.

 

Antonio viene da una cittadina costiera del Perù, a ottocento chilometri da Lima, da cui parte diciottenne per raggiungere alcuni familiari a Napoli. Scopre una realtà dinamica, vivace, che lo colpisce e decide di imparare la lingua italiana, mentre lavora come lavapiatti. Da qui comincia la sua storia e la sua lunga gavetta, oramai quasi trent’anni fa. Oggi Antonio guida il ristorante etnico “Antonio el Mexicano” tra i più frequentati in città. La sua non è solo una storia di integrazione riuscita, è anche la storia di chi scommette, e vince, sulla città di Avellino.

 

 

Quanto spazio ha avuto la tua passione per la cucina nel tracciato che ti ha guidato dal Perù ad Avellino?

 

Sono cresciuto tra i fornelli della cucina di casa, cercando di essere utile a mia madre. Viveva le difficoltà di qualsiasi genitore single che deve badare da solo a una famiglia numerosa. E’ così che mi sono avvicinato alla cucina, che da necessità è maturata in passione. Per questo, quando ho cominciato a lavorare, ho scelto di entrare in una cucina. Ho imparato molto sul campo, ma non ho mai smesso di guardare oltre.

Dopo la prima esperienza in Italia, sono tornato in Sudamerica per restarci e mi sono diplomato in Messico, dove ho studiato i fondamentali e le tecniche di cucina. Poi, però, ho sentito che l’Italia cominciava a mancarmi. Mi sono accorto che il vostro modo di vivere era diventato parte di me, non mi ritrovavo più nel mio paese. E così ho scelto di scommettere sull’Italia aprendo un ristorante.

Non è stata la necessità economica a portarmi nel vostro paese, è stata una scelta, una volontà. 

 

 

Il Perù, il Messico, la Spagna, l’Italia. Storie, tradizioni, culture così distanti oppure c’è un lessico comune che tiene insieme i popoli latini?

 

Il mio paese è una riserva ricchissima di tradizioni, sapori, paesaggi. Il Perù ha la fascia costiera, quella montuosa e la foresta amazzonica. Ha tre diversi ambienti naturali, tre climi, insomma accoglie tre diverse regioni tenute insieme da una cultura comune, colorata di balli e folclore, da un popolo accogliente, che vive intensamente i momenti collettivi e identitari, come sono per noi le “Fiestas Patrias”, in cui celebriamo l’indipendenza del Perù in tre giorni di festeggiamenti che attraversano tutto il paese, o pratica usanze antichissime come fanno  i pescatori che solcano l’oceano con i “caballitos de totora”, le tipiche imbarcazioni costruite con la totora, una pianta acquatica che cresce spontanea in alcune valli della costa settentrionale peruviana. 

Nonostante la distanza che separa il Perù dal Messico, vive in Sudamerica un comune senso di appartenenza, le radici culturali sono le stesse. Ascoltiamo la stessa musica, condividiamo gli stessi piatti. E’ forse la cucina a guidare la connessione tra i popoli latini più di ogni altra cifra.

C’è per esempio un piatto unico che attraversa tutti questi popoli: in Sudamerica è l’ "arroz de mariscos", in Spagna la "paella valenciana", in Italia il "risotto ai frutti di mare". Ecco perché la proposta migliore del mio ristorante è la "paella del Mexicano": un piatto che tiene insieme le influenze sudamericane e quelle continentali.

Il lessico comune ai popoli latini l’ho trovato nella cucina.

 

 

Cos’è la cucina per Antonio Iglesias allora? Una passione, un lavoro, una ricetta per l’integrazione tra i popoli?

 

La cucina per me è un’arte perché, come l’arte, è espressiva. Significa comunicare, poter esprimere quello che ho dentro. La cucina è ciò che amo e che mi riempie. Contiene tanta parte di me, della mia identità, le mie radici, il mio presente, e quello che mi aspetto dalla vita.

Tiene dentro le delle esperienze di vita che ho avuto la fortuna di fare, e, quindi, accoglie tanta parte dell’Italia.

A casa cucino italiano, i miei amici spesso mi chiamano per lo spaghetto di mezzanotte. E’ così che ho amato l’Italia, passeggiando nei mercati, perché è lì che capisci quello che una città può offrire, è da lì che cominci a conoscere l’altro. Dal cibo, dai colori della frutta sui banchi, dai profumi che senti mentre cammini.

 

 

Anche se la tua vita è oramai in Italia, che tipo di legame mantieni con il Perù?

 

Mi informo su tutto quanto accade non solo in Perù, ma in tutto il Sudamerica. Avendo la doppia nazionalità, esprimo sempre il mio diritto dovere verso il mio paese, votando alle elezioni politiche peruviane. La crisi di questo tempo è tutta nel muro che separa non solo gli Usa dal Messico, ma i cittadini messicani che vivono e lavorano in America dagli altri messicani, quel muro separa le persone tra loro. 

Il muro di Trump non discrimina solamente, ma umilia la dignità umana. Non è la condizione di necessità, il bisogno materiale a sottrarre alle persone il proprio valore. Non è che se una persona è povera, allora vale di meno. Le persone vanno rispettate, e, se si può, aiutate.

E se questo accade in America, in Italia non accade qualcosa di molto diverso. Il vostro muro è nel Mediterraneo. Eppure ci sono pezzi di economia in Italia che si reggono sugli stranieri.

Io sono uno straniero, e mentre tutti mi dicevano di lasciar perdere Avellino, di andare in Spagna a investire lì, la mia risposta è stata quella che potete trovare ogni sera a Corso Umberto 73. 

 

 

 

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