Il Teatro, fastidioso come un dubbio

Credo sia assai difficile parlare di Teatro senza correre il rischio di risultare o banali o saccenti o entrambe le cose; “il teatro non si parla, il teatro si fa” – disse una volta un docente di recitazione a tagliar corto una discussione su Stanislavskij.  

Condivido appieno questa affermazione. Per cui vi risparmierò citazioni, definizioni e statistiche e tenterò in queste poche righe di imbastire qualche “pensiero” col filo della mia personale esperienza, facendomi forte del fatto che il teatro ama i dettagli, non le generalizzazioni. 

Veniamo al tema. Qual è la funzione sociale e civica del teatro oggi?? 

Mi verrebbe da dire “dipende, … da chi lo fa”.

 

Perché il discorso parte da qui, secondo me. Dal motivo per cui un gruppo di persone sceglie di fare teatro. Perché mai uno dovrebbe scrivere, recitare, esporsi al giudizio di un pubblico spesso ignavo, saltare, correre, sudare, per un’arte che non rende ne’ ricchi né famosi? 

Certo c’è sicuramente la componente psicologica di un ego ipertrofico che vuole “esibirsi”.

Ma tolto questo, cosa resta?

Come per qualsiasi lavoro, se riduciamo tutto alla “pagnotta quotidiana”, allora non c’è storia. La funzione del teatro è strettamente Economica. Uno spettacolo deve produrre reddito, altrimenti non ha senso, non vale la pena metterlo in scena. Qualunque sia il tema trattato, la storia raccontata, il cast scelto, va bene se e solo se c’è un ritorno economico a breve scadenza.

 

Se invece all’esigenza del pasto quotidiano riusciamo a far sopravvivere anche l’idea di un progetto artistico, dove la scelta dei temi da mettere in scena non è più sottoposta alla sola esigenza del botteghino, ma è legata alla “necessità” di raccontare una storia al di là di quanti spettatori verranno poi a vedere quello spettacolo, allora il discorso si fa più interessante, la riflessione non risulta più scontata e banale.

Ecco, credo che grossolanamente funzioni così. Tutto nasce dalla sensibilità personale di chi il Teatro lo fa. E’ il senso di appartenenza al mondo e alla specie umana a guidarti, come un istinto animale; poi arriva l’arte, il teatro, il gesto, la parola.

C’è un momento in cui decidi di esserci, di dedicarti a una causa, di schierarti accanto a qualcuno. Per farlo usi l’unico strumento che conosci.

 

Quando questo accade diventa “naturale” che il Teatro (senza distinzione di genere e di stile, dalla commedia alla tragedia, dal musical al reading di poesie) si faccia carico delle problematiche individuali e collettive legate alla contemporaneità.

Il fenomeno dell’immigrazione, la solitudine delle grandi metropoli, il surriscaldamento e la desertificazione del pianeta, le distorsioni del potere finanziario, la crisi economica, … sono solo alcuni dei temi che l’arte oggi non può ignorare. Perché essi hanno un peso nella nostra vita, perché condizioneranno l’esistenza delle prossime generazioni e muoveranno miliardi di persone. 

Il teatro se ne deve occupare per come lo sa fare, dando la voce agli “ultimi della fila”, raccontando piccole storie semmai, vicende private, intime, ma che assumono un valore universale che va al di là del momento storico e del contesto in cui si muove l’azione scenica.

 

Il Teatro deve porsi e deve porre al pubblico le domande che la complessità del XXI secolo impone. Deve essere fastidioso, mai accomodante, come un rimorso, come un sassolino in una scarpa, o un dubbio tra mille certezze. 

Deve suggerire dei cambi di prospettiva. Deve permettere a chi lo fa e a chi lo fruisce di osservare “le cose della vita” da angolazioni diverse dalla propria, senza paraocchi, senza giudizi morali preconfezionati. 

 

Se azzeriamo questa passione civica, se non coltiviamo questa attenzione per l’Altro, se non tentiamo di comprendere il mondo, al teatro resta solo la funzione dell’intrattenimento. Che non è da buttare, ma non è tutto. 

Perché il teatro può anche divertirti instillandoti un pensiero profondo, ti può far ridere a crepapelle mentre ti sta infliggendo offese mortali, può trascinarti nei luoghi più oscuri dell’animo umano mentre spicca il volo sui versi di un canto antico. 

 

Secondo Dario Fo <<laddove una forma satirica non possiede come corrispettivo la tragedia, tutto si trasforma in buffoneria>>.

Forse è solo questo che il teatro deve fare: evitare la buffoneria. 

Perché altrimenti finisce che, citando Gaber, non riusciamo più a cogliere la <<differenza che c'è tra l'avere il senso del comico ed essere ridicoli>>. 

 

 

 

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