Autonomia differenziata: esiste ancora una tensione morale che lega il pensiero di Gramsci, De Sanctis, Dorso e Scotellaro ai nostri Amministratori?

August 17, 2019

La delicata questione della richiesta di maggiore autonomia da parte delle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna pone una serie di questioni che necessitano  di una riflessione collettiva che tenti, in qualche modo, di  far prendere coscienza al Paese di quanto stia maturando in un ingannevole e complice silenzio generale. 

 

In Irpinia la voce che si è maggiormente avvertita su questa vicenda è stata quella della  Sinistra politica e sociale  che  da diverso tempo ha cercato di richiamare la dovuta attenzione sul tema, non ultimo l’importante appello dei Sindacati Confederali di Avellino che hanno chiesto ai Sindaci e ai Consigli comunali della provincia di portare la discussione nelle locali sedi istituzionali. 

Per il resto solo isolate voci di un gruppo di generosi e autorevoli giuristi e costituzionalisti, qualche coraggioso 

giornalista meridionalista e, in modo sparso, alcuni  esponenti del mondo politico.

 

Le ragioni del  perché di tanta distrazione di massa sono  da ricercare nella oggettiva difficoltà a percepire quanto stia accadendo in quanto, nonostante si stia parlando di uno snodo vitale per il futuro dell’unità del Paese questa materia è stata di fatto secretata nel ristretto confronto Governo-Regioni richiedenti,  tanto che solo a distanza di un anno si sono avute, informalmente, le rispettive bozze.

 

La  cosiddetta “secessione dei ricchi” è il primo aspetto da chiarire, al di là dell’utile efficacia mediatica dello slogan, perché se facciamo della storia una necessaria categoria di attualizzazione politica vediamo come altri processi, come quello unitario ad esempio, non sono mai avvenuti  per separazione territoriale ma per riaggregazione del blocco di potere nazionale. In questo marasma generale, tra paure globalizzate, avversioni europeiste e diffidenze nazionali, nel nostro Paese, e non solo, si è messo in atto un importante e profondo sommovimento di deriva sociale e identitaria  dall’esito imprevedibile.

 

Il progetto che vediamo attuare dalla Lega salviniana  è  qualcosa di serio e pericoloso non solo perché lo leggiamo attraverso le sue politiche a sfondo razzista e di partito d’ordine ma perché se mettiamo su uno sfondo internazionale la nostra “piccola” vicenda nazionale ci rendiamo conto che solo l’insipienza della maldestra riforma costituzionale del 2001, voluta dall’allora governo di Centro-Sinistra (sic!),  che ha previsto in un solo comma, il numero tre dell’articolo 116, la possibilità di far avanzare alle singole regioni un eventuale processo di maggiore autonomia, addirittura  in un contesto extra parlamentare, ha potuto dare a un capitano di ventura come Zaia l’opportunità di puntare sulla malsana e risibile idea di indipendenza del Veneto, perché di questo si tratta, attraverso una strada istituzionale ipocritamente definita “autonomia differenziata” .

 

Lo  stesso Salvini non può fare a meno di sostenere la richiesta autonomista veneta, ma di certo il progetto dell’autonomia differenziata è qualcosa che va in direzione opposta a quella della Lega sovranista nazionale.  Non è una “secessione dei ricchi” non solo per queste ragioni storico-istituzionali  ma anche perchè l’iniziativa viene rappresentata non in un contesto strategico  nazionale  ma attraverso una iniziativa che poggia più sulla propaganda populista che su un serio e credibile progetto politico istituzionale.

 

Questo avviene, ed è giusto sottolinearlo innanzitutto perché lo consente la Costituzione riformata del 2001 che,  per una miserevole concessione politica elettorale dell’ultim’ora al Nord leghista,  ha sottratto allo Stato la potestà di sovraintendere alle diverse istanze di maggiore autonomia provenienti da parte delle regioni lasciando che il tutto fosse istruito caso per caso  in una trattativa riservata solo con il  Governo.

Un abominio politico ma soprattutto costituzionale che non si comprende come sia potuto passare nonostante l’alta sorveglianza del Presidente della Repubblica, della Consulta e dello stesso Parlamento. Aver messo nella Costituzione un ordigno a orologeria di deflagrazione istituzionale e non averlo disinnescato significa che il nostro sistema è stato messo su un binario che porta dritto  al “Cassandra Crossing” della democrazia.

 

Non si tratta di creare allarmismi ma è nei fatti che se si sta mettendo  in moto una dinamica separatista delle regioni la cui prospettiva è quella di una balcanizzazione. Sull’onda di questa  spinta emotiva, anche qui è ad agire di nuovo il Centro-Sinistra, nella versione del Governo Gentiloni, a soli quattro giorni dalla consultazione elettorale politica del 4 marzo 2018, cioè quando l’ Esecutivo si deve occupare solo degli affari correnti, veniva stipulato, anche in questo caso dietro il silenzio delle maggiori cariche dello Stato, dal Sottosegretario Bressa  un atto di natura straordinaria per il futuro della democrazia di questo Paese  come se fosse una procedura di   ordinaria amministrazione. 

 

E non è “una secessione dei ricchi”  per motivi economici e sociali che nella crudezza di dati inoppugnabili come quelli dell’ISTAT smontano l’impalcatura delle ragioni del pragmatismo  leghista. A sostegno di tale tesi è sufficiente rifarsi a semplici raffronti economici perché si possa dedurre che i  presupposti sono del tetto fuorvianti e  superati. Non si dice, infatti, che il Veneto in un ipotetica simile prospettiva dovrebbe accollarsi i 9/10 del debito pubblico di competenza, ora a carico dello Stato, e che il ristoro del famigerato tesoretto fiscale per le imposte indirette, quelle sui consumi per intenderci, non può essere  per nulla a totale appannaggio della sola regione del Leone di San Marco. Il Veneto autonomo speciale o indipendente che sia  non ha nemmeno i numeri per reggere il confronto con altre aree forti europee tant’è che i trend degli ultimi anni ci rassegnano un territorio in forte contenimento economico -produttivo e in crescente sofferenza sociale.

 

La cosa grave è che uno Stato consente a un Presidente di una regione ordinaria di ragionare come se fosse già il Governatore di una entità statuale indipendente, che definisce materie di interesse generale  che non andrebbero proprio messe in discussione,  tale è la loro peculiarità di unicità  nazionale: la scuola, i trasporti, le infrastrutture, le relazioni internazionali, la previdenza, i beni culturali, l’ambiente solo per citare le più significative.     

E’ lo Stato che definisce un quadro nazionale di riorganizzazione regionale non una regione che riformula una politica nazionale. Il Governo giallo-verde cerca di garantire questo fondamentale aspetto con la rassicurazione delle “guarantige” dei livelli  minimi delle prestazioni , il che nella condizione data non significa un bel nulla. 

 

Infatti la legge delega del 2009, formulata dall’allora Ministro Calderoli, nel prevedere una regia statale di definizione del nuovo assetto fiscale metteva al centro non i territori, come sostengono arbitrariamente i leghisti di oggi,  ma il cittadino attraverso una politica di riequilibrio e di perequazione attuata a partire dalla definizione dei Livelli minimi di prestazione ( LEP) in modo che l’utente di Aosta e quello di Catania avessero le stesse garanzie minime di ottenimento di servizi e di diritti sociali.

 

E’ trascorso un decennio e guarda caso i LEP non sono mai entrati in funzione, né con i Governi a guida PD tantomeno con quello attuale.  E’ evidente che una sedicente riforma autonomista come questa non solo creerebbe fratture insanabili alla tenuta unitaria del Paese ma è del tutto plausibile che il Mezzogiorno è la parte che verrebbe maggiormente segnata in termini di tenuta economica, sociale e istituzionale.

 

Se la filosofia di fondo di questo progetto “eversivo” è quella di introdurre il criterio del finanziamento a chi già ha e destinare “Zero”  laddove non ci sono strutture sociali o assistenziali  è chiaro come il cristallo che questa è una logica che segnerà per sempre il divario tra Nord e Sud del Paese.

L’appello dei Sindacati rivolto ai Primi cittadini irpini è sicuramente una iniziativa lodevole  ma ho i miei dubbi che essa possa trovare udienza e proseliti e non perché siamo in piena pausa ferragostana ma più semplicemente perché la stragrande maggioranza dei Sindaci e dei Consigli comunali dei nostri  territori  oramai  è espressione di alleanze squisitamente locali, politicamente trasversali e condizionata da blocchi familistici che nulla hanno a che vedere con una chiara e coerente identità ideale. 

 

Occorrerebbe un sussulto, una mobilitazione delle coscienze e della parte più avveduta e avanzata culturalmente del Paese, a partire da quella meridionale. Ma quale sentimento o tensione morale  lega ancora il pensiero di Gramsci, di De Sanctis, di Dorso e di Scotellaro ai nostri Amministratori regionali o locali impegnati a coltivare da decenni solo gestione e sottopotere?   

 

 

 

 

 

 

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