Sentirsi "not entitled": cronache di una ricercatrice italiana all'estero

Mi chiamo Sara Corvigno, e nelle prossime righe potrei parlarvi di almeno 10 cose diverse, insieme, ma siccome non siete una pagina di diario devo focalizzare.

E focalizzerò sulla mia esperienza da migrante, gettando lì un paio di episodi, e sperando di farlo in maniera abbastanza chiara.

Sono un oncologo e mi occupo di ricerca sul tumore ovarico.

Sono entrata nel mio primo laboratorio quasi 14 anni fa, studentessa al quarto anno di medicina, Napoli, Federico II. Non che l’idea mi fosse venuta allora. È stato un pallino sin da quando ero al liceo, la mia aspirazione professionale era passare le giornate davanti a un microscopio. 

Non sapevo neanche bene cosa significasse, ma sapevo che scoprirlo mi sarebbe piaciuto.

Ho studiato, lunghe ore sui libri di biologia, anatomia, fisiologia, medicina interna.

E poi la laurea.

Sempre, a collatere, il laboratorio. Finisci i corsi, scappi in laboratorio. Finisci in reparto, scappi in laboratorio. Dopo la laurea, ho iniziato e finito la specializzazione, e il laboratorio è stata sempre una costante. All’ inizio compiti semplici, impari a fare di tutto, molta gavetta, tante cazziate da chi, con più esperienza di te, aveva la responsabilità di maturare quei risultati che tu con un esperimento sbagliato potevi mandare all’aria in due giorni. Mi sono laureata e specializzata con due tesi riguardanti l’impatto di alcuni polimorfismi genici sull’incidenza del carcinoma mammario e resistenza alla terapia ormonale. Amavo il mio laboratorio, all’edificio uno del nuovo policlinico a Napoli. 

 

Ma dopo la specializzazione sono partita, perché volevo andare avanti, fare un dottorato e capire quanta differenza ci sarebbe stata se questo percorso l’avessi fatto all’estero. Così sono andata in Svezia, a Stoccolma, e la mia esperienza è stata bellissima. Il mio diretto supervisor al Karolinska Institutet era Arne, uno svedesone tra i 50 e i 60 anni, che per me rappresenta quello che la ricerca accademica dovrebbe essere, curiosità, innovazione, criticità, responsabilità, onestà. Qualità che ho ritrovato in lui e in molti colleghi. 

L’impatto che la ricerca scientifica accademica, quella nel cui ambito si svolge il mio lavoro, ha sull’innovazione in campo medico è incalcolabile. Per fare un esempio banale posso dirvi che da quando ho lasciato la clinica nel 2012, a quando ho finito il dottorato nel 2017, il trattamento di alcuni tumori come il melanoma è cambiato in pratica totalmente, in soli 5 anni. Mi fermo qui sull’ argomento ricerca che magari riprenderò in futuro.

La Svezia è stata un’esperienza fondamentale, bellissima e brutale. Mi ha cambiato? Si. In meglio? Boh. Ho sperimentato cosa significa essere straniera, e sentirsi” not entitled”, sentire di dover faticare un po’ di più per accedere agli stessi servizi che ho in Italia. E incazzarsi pensando (giustamente) che il fatto di essere un essere umano mi assicuri di base certi diritti, punto. E calcolate che sono bianca e siamo in Europa. Poi magari vi dirò con quanta più difficolta ho dovuto digerire lo stesso sentimento per entrare e stabilirmi negli Stati Uniti…

 

Sono venuta per la prima volta a contatto con una società in cui persone di colore sono inserite e considerate componenti attive della comunità. Che banalità eh?! Eppure in Italia lo stiamo iniziando ad osservare ora e non certo dovunque. No, non sto qui a fare l’elogio della Svezia perché ne conosco anche i limiti. 

Il mio primo ragazzo svedese e ‘stato Buba, originario del Gambia, a Stoccolma da circa 20 anni, ormai più svedese che africano (come spesso gli rimproveravo). Musulmano, difficile farlo accettare ai miei, progressisti, di ampie vedute, ed estremamente intelligenti; però “loro hanno un’idea della donna completamente diversa da noi!” mi diceva mia madre, con un po’ di apprensione. Buba è forse uno degli uomini della mia vita che mi abbia rispettata di più...! A distanza di anni, dopo esserci lasciati ed essere rimasti amici, per i miei non sarebbe stato neanche più un problema, perché’ attraverso i miei occhi hanno vissuto realtà che probabilmente non avevano mai incontrato, e le hanno capite, perché sono chiaramente intelligenti e perché’ in fondo basta solo ascoltare un po’.

Uno dei ricordi più belli della nostra relazione, sono le domeniche pomeriggio con la sua “famiglia” gambiana, non capivo una mazza, mangiavamo riso e carne in un piattone condiviso e bevevamo un te preparato con tremila cerimonie, e loro parlavano, parlavano e io che non sapevo la lingua capivo tutto, perché era come essere a casa dei miei zii a Potenza quando tutta la mia famiglia si riuniva a natale, e alzavamo la voce, i bambini correvano, ci passavamo il panettone, e si rideva e si giocava a carte.

Quanto siamo uguali, e invece difendiamo le nostre identità come se fossero un trofeo.

 

Sono scappata dalla Svezia perché mi mancava il calore, mi mancava il sole, mi mancava la voce alta della gente al ristorante. Ora sono a Houston, Texas, Stati Uniti. Un altro mondo, direte, e invece, ho trovato qui molte delle cose che mi mancavano della mia Terra. 

Discussioni accese, litigi, abbraccioni, sorrisi, l’apprezzamento spassionato di un ragazzo per strada, l’approccio di un altro al bar, ritrovarsi amici senza che il lubrificante alcool sia necessariamente coinvolto.

Ho trovato un po’ di casa. 

Una delle prime esperienze, arredare il mio nuovo mini appartamento, mi ha insegnato piccole lezioni. Stupido aneddoto. Ho un’amica qui, Rebecca, che ho conosciuto due anni fa quando per la prima volta lasciai la Svezia per una breve avventura lavorativa di sei mesi in terra texana. 

Cercavamo qualcuno che con un minivan mi aiutasse a trasportare valige e acquisti vari da casa sua alla mia nuova abitazione.

“C'e’ Molly (la chiameremo Molly per mantenere nascosta la sua identità...)!” mi fa Rebecca

“Ok, chiamiamo Molly” faccio io 

“Chiaramente la devi pagare” (ovvio, questi non muovono un dito se non li paghi) 

“Certo” faccio io, “50?” 

“Perfetto” mi fa Rebecca, e contatta Molly.

Molly è una ragazza sulla trentina senza arte ne parte che salta da un lavoro all’ altro (rigorosamente bianca e AMERICANA). Di recente, siccome ha una macchina un po’ più ampia ha deciso di mettersi in proprio e diventare “compagnia di traslochi, vabbè…Molly arriva, con un’amica, il portabagagli del van pieno di roba che abbiamo spostato insieme, mi lascia portare metà delle valigie in macchina, e una volta a casa, mi lascia di nuovo trasportare meta delle valigie dentro, lamentandosi per il peso e per il caldo. 

Finiamo, in meno di un’ora (il suo “onorario” sarebbe 25 dollari all’ ora). Io la congedo prendendo i soldi, non avevo 50, quindi le ho dato tre biglietti da 20, li prende, mi ringrazia e se ne va -.-

Io che non sono per niente abituata a chiedere, parlare, litigare sui soldi, l’ho lasciata andare (col rimbrotto successivo di Rebecca ”avresti dovuto dirle di darti il resto!!”).

Insomma Molly se ne va con una mancia del 20%.

 

Un’ora dopo arrivano un signore messicano e suo figlio di forse 12 anni a scaricare i miei mobili. Il complesso in cui vivo è grande, io sono al 40° piano e ci sono ascensori sparsi in giro, il più vicino a me è comunque un paio di centinaia di metri distante. Loro arrivano completamente attrezzati, localizzano da soli l’ascensore e il modo di arrivare alla mia porta, scaricano e montano un appartamento intero praticamente in due (o uno e mezzo), in meno di due ore, senza lasciarmi muovere un dito (quando c’ho provato il ragazzino mi fa “per piacere, lascia a me, faccio questo da tanto tempo” come a dire, “lasciami fare che stai solo dando fastidio”. Io rimango a bocca aperta e mi allontano con la coda tra le gambe).

Se ne vanno, gli ho dato di mancia quanto più potevo con i contanti che avevo in casa assicurandomi che andasse tutto nelle loro mani e che non dovessero dividerlo col titolare.

 

Ecco, tra le tante che ho avuto qui, questa è stata una delle esperienze che mi ha insegnato di più in questo primo mese. No certo, non generalizziamo, ci saranno anche americani, caucasici, con voglia di lavorare eh... Pero ci sono anche messicani corretti che non stuprano e non spacciano e si fanno un mazzo enorme da mattina a sera senza fiatare, cosi... per dire...

Un’altra volta magari continuo a raccontarvi di Molly e dell’umanità varia che ho incontrato negli ultimi sette anni della mia vita da migrante, ora torno un attimo a cambiare l’acqua alle cellule (come direbbe mamma).

 

 

 

 

 

 

 

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