Per chi giocano i "mercati"

Da quando i mercati finanziari hanno acquisito un ruolo importante nella regolazione macroeconomica, non c’è passaggio cruciale della vita politica dei Paesi occidentali che non riproponga la scenetta surreale di media e opinione pubblica che pretendono di valutare l’operato dei governi in carica, o addirittura di anticipare il giudizio sull’operato futuro di quelli in via di formazione, attraverso il metro del loro (presunto) impatto sull’andamento degli indicatori di borsa o di altri indicatori di performance dei mercati finanziari (ad esempio, il famigerato spread).

 

Nei giorni scorsi è andata in scena l’ennesima puntata di questa ripetitiva sitcom: il capo-delegazione del Movimento 5 Stelle nella trattativa per la formazione del Conte-bis rilascia una dichiarazione ufficiale in cui impone una serie di condizioni “capestro” per l’adesione al nuovo governo, mandando inopinatamente in fibrillazione investitori istituzionali e piccoli risparmiatori e inducendoli a vendere un discreto numero di azioni di alcuni importanti gruppi industriali e finanziari italiani.

Non l’avesse mai fatto.

Tutta la stampa si scatena accusandolo di “giocare con il destino del Paese per meri interessi di bottega”. I lettori dei quotidiani, pur senza capire molto, fanno passaparola. Nel giro di poche ore, nei bar e nei salotti l’abituale pettegolezzo su fidanzamenti, corna, separazioni, carriere fulminanti apparentemente inspiegabili e conoscenti coinvolti in qualche casino oggetto di attenzione da parte della locale procura della repubblica lascia il posto a discussioni dotte su cause e conseguenze della caduta dell’indice di borsa. Anche persone note per non essere in grado di calcolare correttamente il resto dell’acquisto di un pacchetto di sigarette insorgono scompostamente contro il subdolo attentatore al risparmio del Paese. Questo governo non può funzionare, dicono, perché Giggino “non piace ai mercati”.

 

Confesso la mia scarsa simpatia per il “subdolo attentatore” di cui sopra e una siderale distanza dalle idee del movimento politico che rappresenta. E tuttavia credo che la vicenda descritta sia un ottimo pretesto per interrogarsi su una questione più generale e di grande rilevanza ai fini della comprensione di alcune dinamiche della politica contemporanea.

Qual è la radice di questo atteggiamento dell’opinione pubblica circa il rapporto tra governo e mercati?

Cos’è che ci spinge a effettuare le nostre valutazioni su forze politiche, relativi leaders e programmi di governo mutuando il giudizio dei mercati?

Perché siamo portati ad applaudire con entusiasmo un governo le cui politiche tendono a compiacere i mercati e invece ad accusare di “scarsa attenzione agli interessi del proprio Paese” forze politiche che definiscono i propri obiettivi in maniera sostanzialmente autonoma dalle stanze dei bottoni dei templi del business?

In fin dei conti a noi cosa ce ne frega se il valore della capitalizzazione di borsa sale o scende?

Non dovrebbe essere più importante, dal punto di vista dei cittadini, valutare quanto è diffusa la disoccupazione, quanto sono alti gli stipendi, se le strade sono tenute in buono stato, se l’assistenza sanitaria è facilmente fruibile ed efficace, se le pensioni sono dignitose, se i sistemi di mobilità urbana ed extraurbana funzionano bene?

Perché questa ossessione per l’indice di borsa?

 

Per avvicinarci con semplicità al cuore del problema, preferisco cominciare il ragionamento da una simulazione molto semplice. Immaginiamo che tutta la ricchezza patrimoniale (titoli di stato, obbligazioni, conti correnti, immobili, azioni) sia concentrata nelle mani del 10% della popolazione, e che i redditi derivanti dalla proprietà di questi cespiti permetta a costoro di vivere agiatamente senza alcun bisogno di lavorare; e che invece il restante 90%, non potendo disporre di redditi da capitale, non possa fare a meno di lavorare per vivere.

Non è un’ipotesi realistica, ma ci aiuta a farci un’idea dei problemi concettuali sul tappeto senza dover affrontare eccessive complicazioni. In un mondo del genere, evidentemente, il valore della produzione nazionale (il cosiddetto PIL) sarà diviso in due quote aventi natura assai diversa: i redditi da capitale (quelli guadagnati da quel 10% di privilegiati) e i redditi da lavoro (quelli guadagnati dal restante 90%).

 

Ovviamente, le autorità di governo operanti ai diversi livelli territoriali (locale, nazionale, sovranazionale) possono influenzare in molti modi la distribuzione della torta tra questi due gruppi  (“classi” le avrebbe chiamate Marx) sociali. I comuni possono aumentare o ridurre le imposte locali sulla proprietà immobiliare; il governo può modificare le aliquote delle imposte sui redditi delle persone fisiche o sui profitti delle società; oppure può modificare la regolamentazione del mercato del lavoro, in tal modo indebolendo o rafforzando il potere negoziale dei sindacati nei confronti delle associazioni datoriali; la banca centrale europea può influenzare in vari modi il livello dei tassi d’interesse sui prestiti, e così via. Ovviamente, ogni iniziativa di questo tipo ha l’effetto di spostare “fette” della torta da una classe verso l’altra. Ad esempio, negli ultimi venti anni, l’aliquota sui profitti delle società è stata progressivamente ridotta praticamente in tutti i Paesi europei, ed è evidente che venendo meno una parte del gettito garantito da questa imposta è stato necessario “chiudere” il buco apertosi nel bilancio pubblico con una riduzione della spesa.

 

In alcuni Paesi il taglio ha interessato le pensioni, in altri l’assistenza sanitaria, in altri ancora i trasporti pubblici, la scuola o i sussidi contro la povertà. Superfluo spiegare chi sono i fruitori di questi servizi: in genere rientrano in quel 90% che è costretto a lavorare per vivere. Gli altri ovviamente non hanno bisogno degli autobus per spostarsi da una città all’altra e in genere preferiscono farsi curare in lussuose cliniche private piuttosto che negli ospedali pubblici. 

 

Un altro esempio efficace concerne le politiche cosiddette di “precarizzazione” del mercato del lavoro. E’ noto che nell’ultimo ventennio i principali Paesi dell’UE hanno liberalizzato l’utilizzo di forme contrattuali “atipiche” per regolare i rapporti di lavoro: contratti a termine, lavoro a progetto, lavoro a chiamata, ecc. La diffusione di questi modelli contrattuali, e la corrispettiva riduzione del peso del lavoro a tempo indeterminato sull’occupazione complessiva, ha ovviamente avuto l’effetto di indebolire il potere negoziale dei lavoratori, sottomessi sistematicamente al ricatto dell’interruzione del rapporto.

 

Alla lunga, il risultato è stato una riduzione dei salari medi e un corrispettivo aumento dei profitti delle imprese: insomma, la sostanza del processo si racchiude nella sottrazione ai lavoratori di una fetta della torta che hanno contribuito a preparare e nella sua dislocazione nelle mani degli azionisti delle società sotto forma di dividendi.

 

Ora, immaginiamo che un giorno il capo del governo della Danimagna (Paese immaginario) vada in televisione e annunci che il suo governo sta per varare una riforma del mercato del lavoro che sottrarrà ulteriori tutele al lavoro dipendente. Che so, immaginiamo una legge che dia ai datori il potere di licenziare senza giusta causa e senza dover corrispondere alcun indennizzo al lavoratore licenziato, e magari che permetta anche ai datori di licenziare un lavoratore il 31 luglio e di riassumerlo il 1 Settembre, risparmiando in tal modo 1/12 dei propri costi salariali.

E’ facile prevedere cosa accadrà il giorno dopo in borsa: gli investitori istituzionali, e magari anche i piccoli risparmiatori, subodoreranno la possibilità di fare ottimi guadagni spostando il proprio risparmio da titoli a reddito fisso e azioni di società straniere ad azioni di società con sede in Danimagna. Infatti, i provvedimenti in questione avranno il presumibile effetto di comprimerne i costi salariali, e quindi di gonfiarne i profitti, con ovvie ricadute sui dividendi degli azionisti. Liquidare posizioni in società straniere e in titoli a reddito fisso per investire in società danimagnesi diventa pertanto un affare. La pressione della domanda spingerà i prezzi delle azioni delle società danimagnesi verso l’alto e l’indice di borsa farà registrare una significativa impennata. Bene: secondo voi i cittadini della Danimagna avrebbero motivi per esultare?

 

La risposta ovvia è che quel 10% di cittadini che vivono di redditi da capitale avrà motivi seri per rallegrarsi, mentre il 90% che vive di lavoro avrà buoni motivi per essere terribilmente incazzati. Infatti, la riforma annunciata dal primo ministro consiste in realtà nel togliere un pò di soldi dalle tasche dei lavoratori e nel metterli nelle tasche dei percettori di redditi di capitale. Se in Danimagna si votasse un mese dopo, il primo ministro avrebbe quindi firmato la propria condanna alla sconfitta: infatti, per definizione, i sistemi democratici sono quelli dove si può essere rieletti solo a condizione che gli incazzati siano una percentuale della popolazione inferiore al 50%. Per percentuali di incazzati superiori al 50%, essere trombati alle elezioni è matematico.

 

Sembra quindi plausibile che in un mondo come quello descritto nella nostra esemplificazione, salvo casi di pronunciata stupidità, un primo ministro non andrà mai in televisione a ostentare orgogliosamente un provvedimento “che fa piacere ai mercati”. Infatti, nell’esemplificazione proposta, i provvedimenti che fanno piacere i mercati finiscono per penalizzare la ampia maggioranza della popolazione, e quindi se proprio un primo ministro ritiene di importanza vitale prendere un provvedimento del genere, cercherà tuttavia di farlo approvare senza farlo sapere troppo in giro.

Magari proverà ad infilare il provvedimento in questione in un decreto che ne comprende un’altra ventina, di cui magari un paio riguardanti temi assai “sensibili”, e quindi suscettibili di creare un polverone tale da “nascondere” agli occhi dell’opinione pubblica il pomo della discordia più impopolare.

 

Ovviamente il mondo in cui viviamo non somiglia molto all’esempio proposto nelle righe precedenti. Il motivo della distanza tra il mondo reale e il nostro modellino è che nell’ultimo secolo i salari dei lavoratori sono aumentati in maniera significativa, permettendo anche ad una discreta parte di quel 90% della popolazione di accumulare ricchezza in beni durevoli, azioni, obbligazioni, titoli pubblici o conti correnti. Certo, niente a che vedere con i patrimoni del famoso 10% di cui sopra. Magari una modesta casa al mare, oppure un portafoglio azioni di un centinaio di migliaia di euro, o ancora qualche piccola quota di un fondo pensioni. Niente che consenta a costoro di licenziarsi, smettere di alzarsi alle 7 ogni mattina per andare a timbrare il cartellino e vivere di rendita. Infatti, i redditi che costoro guadagnano per effetto del possesso di quei cespiti patrimoniali costituiscono al limite una piccola integrazione del loro reddito da lavoro, ma non basterebbero affatto, da soli, a garantirgli una sopravvivenza dignitosa.

 

Questo fenomeno ha l’effetto di modificare parzialmente la natura del “gioco” politico. Infatti, se tutti possediamo qualche cespite patrimoniale, siamo tutti in qualche misura “capitalisti”. Continueremo ovviamente ad essere molto interessati alla stabilità del nostro posto di lavoro, al livello del nostro salario e alla possibilità di fruire di servizi pubblici che riteniamo rilevanti per il  benessere individuale (scuola, sanità, trasporti), ma cominceremo a dare un’occhiata anche alla pagina delle quotazioni di borsa del nostro quotidiano. Se ho comprato un pò di azioni Unicredit e il titolo Unicredit improvvisamente perde il 10%, si tratta di soldi che si volatilizzano, esattamente come quando il nostro datore di lavoro decide di non rinnovarci il contratto semestrale. 

 

Questa evoluzione subita dal capitalismo moderno, con la progressiva riduzione del peso dei “lavoratori puri” (quelli che guadagnano esclusivamente redditi da lavoro) nella società e la comparsa di un ampio ceto medio i cui redditi sono di origine “mista” (lavoro + capitale), aiuta un pò a spiegare perché un primo ministro possa andare in TV ad intitolarsi un provvedimento “che fa piacere ai mercati” senza temere ritorsioni elettorali.

Se ho acquistato un piccolo pacchetto di azioni di una società, provvedimenti governativi che ne gonfino i profitti si convertiranno in maggiori dividendi; se ho acquistato qualche titolo di debito emesso da uno Stato con evidenti problemi di equilibrio finanziario, sarò molto più tranquillo circa il recupero del mio credito se il relativo governo deciderà di tagliare un pò di fondi ad alcuni servizi pubblici, in modo da ridurre il proprio deficit di bilancio. Insomma, sembrerebbe che le modificazioni della struttura sociale intervenute a partire dalla metà del secolo scorso, e più in particolare la significativa estensione della titolarità di ricchezza patrimoniale ai lavoratori dipendenti, abbia reso sostanzialmente tutti “tifosi” dei mercati. 

 

“Sembrerebbe” ho detto, e non ho usato il condizionale per caso. C’è infatti un qualcosa di profondamente illogico in questo comportamento, a dispetto del fatto che la proprietà di cespiti patrimoniali parrebbe rendere legittimo l’interesse dei lavoratori per la performance del mercato borsistico. Il problema è che, se da un lato, con la lievitazione delle quotazioni azionarie e obbligazionarie, il reddito da capitale di ogni lavoratore proprietario di ricchezza patrimoniale tende ad aumentare, dall'altro quell’aumento - alla luce di quanto sin qui argomentato - non può che essere il riflesso speculare di una sottrazione a quello stesso lavoratore di una parte del valore prodotto con il suo lavoro: salari più bassi a parità di ore di lavoro; oppure orari di lavoro più lunghi a parità di salario; o ancora, meno servizi a parità di salari e orari di lavoro; o addirittura salari più bassi, orari più lunghi e meno servizi. 

 

Insomma, volendo utilizzare una formula sintetica, potremmo dire che la rivalutazione del capitale azionario e obbligazionario è sempre l’altra faccia di una svalutazione del lavoro. Pertanto, la sensazione che si ha quando si ascoltano singoli lavoratori, organizzazioni sindacali e sedicenti partiti di sinistra invocare politiche “che fanno piacere ai mercati” è che costoro abbiano ben presenti gli eventuali guadagni che deriverebbero ai lavoratori dalla rivalutazione dei propri assets patrimoniali, ma invece siano completamente inconsapevoli delle perdite che costoro subirebbero per effetto della correlata svalutazione del proprio lavoro.

 

Se invece mettessero nel conto tutti e due i fenomeni, è abbastanza probabile che la loro passione per la sorte dei mercati svanirebbe presto. Immaginiamo che un giorno il fantomatico primo ministro di Danimagna vada in TV e annunci un provvedimento “che fa piacere ai mercati”. Come dovrebbero prenderla i lavoratori dipendenti? Dipende. Immaginiamo il caso (abbastanza raro, per la verità) di un lavoratore il cui reddito annuo sia per il 20% salario e per l’80% reddito da capitale. Il provvedimento annunciato dal suo primo ministro avrà l’effetto di svalutare l’asset da cui dipende  il 20% del suo reddito e di rivalutare gli assets da cui dipende l’80% del suo reddito, per cui egli avrà seri motivi per rallegrarsi. E’ come partecipare ad una competizione agonistica che consiste nel percorrere nel tempo minore possibile un certo tratto di strada in bicicletta e poi un altro tratto di strada a piedi. Se so di essere un ottimo ciclista, ma un pessimo podista, non potrei che essere contento se gli organizzatori decidessero di modificare la struttura della gara, aumentando il chilometraggio del percorso in bici e riducendo il chilometraggio del percorso a piedi.

 

Purtroppo, l’ipotesi in discorso è, come anticipato, molto rara. E’ molto più frequente l’ipotesi opposta: lavoratori che, grazie al risparmio di piccole somme di denaro nel corso della vita, hanno accumulato una esigua consistenza patrimoniale che genera annualmente un flusso di redditi  ampiamente insufficiente a consentirne la sussistenza. Immaginiamo ad esempio che un tizio sia riuscito a comprare (con i “risparmi di una vita”, per usare un’espressione retorica molto popolare nel linguaggio mediatico) un pacchetto di quote di fondi pensione del valore di 150.000 euro, che gli garantisce (immaginando un tasso di rendimento del 4% annuo, cifra abbastanza realistica) un flusso di redditi mensile di 500 euro.

 

Evidentemente, si tratterebbe di una cifra insufficiente a garantire una sopravvivenza dignitosa a sé e alla propria famiglia, e che quindi può rappresentare al più una integrazione di un reddito da lavoro. Immaginiamo ad esempio che costui soddisfi i propri  principali bisogni di sussistenza grazie ad un lavoro da cui trae un reddito di 1500 euro mensili: in tal caso, il reddito da lavoro rappresenterebbe il 75% del suo guadagno complessivo e il reddito da capitale soltanto il 25%. Pertanto, a costui i provvedimenti “che fanno piacere al mercato” dovrebbero risultare abbastanza invisi: infatti, da un lato queste misure hanno l’effetto di rivalutare l’asset da cui trae 1/4 del suo reddito, ma dall’altro quelle stesse misure svalutano l’asset da cui trae i 3/4 del proprio reddito. Il “saldo” tra i guadagni e le perdite non può che risultare negativo. 

 

Ma allora lo spettacolo che si rinnova a scadenze ricorrenti di singoli lavoratori, organizzazioni sindacali che pretendono di rappresentarne gli interessi e partiti sedicenti "di sinistra" che plaudono ai governi che le tentano tutte pur di ingraziarsi il favore dei mercati è inspiegabile se non come l’espressione di una patologica dissonanza cognitiva. E’ come frequentare un tizio che quando ci incontra ci saluta calorosamente e ci riempie di affettuosità, ma prima di andar via ci molla un cazzotto che ci lascia un livido sul volto per una settimana.

 

Se continuiamo a frequentarlo c’è solo una spiegazione: per qualche motivo misterioso, abbiamo una ottima memoria per le sue affettuosità e invece una straordinaria capacità di “rimuovere” il ricordo dei cazzotti beccati. 

 

 

 

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